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Pensione anticipata Opzione Donna: niente proroga in Manovra, ecco perché salta

2025/11/28 3

Pensione anticipata Opzione Donna: niente proroga in Manovra, ecco perché salta 

Emendamento su Opzione Donna: bocciatura a Palazzo Chigi e conseguenze per migliaia di lavoratrici

Durante l’incontro di maggioranza svoltosi il 26 novembre a Palazzo Chigi, è stato deciso di respingere l’emendamento che avrebbe prorogato il meccanismo di Opzione Donna fino al 31 dicembre 2025. Questa scelta blocca per ora ogni modifica ai requisiti di accesso alla pensione anticipata femminile, che resteranno quelli stabiliti dalla Legge di Bilancio 2025, con la scadenza fissata al 31 dicembre 2024.

La questione è tutt’altro che chiusa: la mancata approvazione riflette il problema della mancanza di coperture finanziarie, su cui si sta cercando una nuova soluzione per sbloccare la situazione in futuro. Questa complessità ha forti ripercussioni sociali ed economiche per le lavoratrici coinvolte, molte delle quali non potranno usufruire di un’uscita anticipata e adeguatamente pianificata.

Cosa è successo a Palazzo Chigi: la bocciatura dell’emendamento

Nel summit di maggioranza dedicato alla Manovra 2026, è emersa con nettezza la posizione del governo: nessuna misura senza adeguata copertura finanziaria sarà inserita nella Legge di Bilancio. L’emendamento proposto da Paola Mancini (Fratelli d’Italia), che mirava a estendere di un anno i termini per maturare i requisiti per Opzione Donna, è stato quindi rigettato.

Questa estensione avrebbe consentito a molte donne con quasi 35 anni di contributi di accedere alla pensione anticipata nel 2025, invece di dover aspettare la pensione ordinaria. La Commissione Bilancio del Senato ha però stoppato il provvedimento per mancanza di fondi disponibili, congelando la situazione e lasciando aperta la possibilità di presentare nuove soluzioni finanziarie in futuro, come anticipato dalla stessa firmataria.

Requisiti richiesti per Opzione Donna nel 2025

L’istituto di Opzione Donna trova origine nella Legge Maroni (n. 243/2004), che ha rappresentato il primo strumento volto a riconoscere una via anticipata di pensionamento esclusiva per le lavoratrici. Sebbene nel tempo siano avvenute alcune modifiche, il modello di base rimane: uscire prima rispetto alla pensione di vecchiaia, accettando però una decurtazione sull’importo dell’assegno pensionistico.

Attualmente, senza alcuna proroga, restano validi due requisiti fondamentali, come stabilito dalla Legge di Bilancio 2025:

  • un minimo di 35 anni di contributi;
  • un’età anagrafica variabile in funzione della situazione personale e familiare, così articolata:
  • 61 anni per donne senza figli;
  • 60 anni per madri con un figlio;
  • 59 anni per madri con due o più figli;
  • 59 anni per chi assiste familiari con disabilità grave o ha un’invalidità civile pari o superiore al 74%.

Nel calcolo rientrano inoltre alcune categorie specifiche, quali caregiver, donne con invalidità civile ≥ 74% e lavoratrici licenziate da aziende in crisi.

Fondamentale è ricordare che i 35 anni di contributi devono essere totalizzati entro il 31 dicembre 2024. Senza l’estensione, molte lavoratrici che si trovano a pochi mesi dalla soglia dovranno attendere oltre, aumentando così la difficoltà nel programmare l’uscita dal lavoro.

Impatto economico di Opzione Donna: flessibilità con un costo in termini di assegno pensionistico

Il vantaggio di poter accedere alla pensione in anticipo con Opzione Donna ha un prezzo: una riduzione significativa dell’importo mensile della pensione. L’INPS stima una penalizzazione media intorno al 14%, dovuta al metodo di calcolo contributivo integrale, che abbassa la prestazione rispetto al calcolo retributivo tradizionale.

Questo aspetto rappresenta un problema rilevante, ma ancor più grave è la condizione generale delle donne nel mercato del lavoro e nella previdenza. A causa di percorsi professionali spesso frammentati, lavori part-time involontari, e impegni familiari, le pensioni femminili risultano mediamente inferiori del 24% rispetto a quelle maschili. Tale divario rende Opzione Donna uno strumento controverso: pur consentendo l’uscita anticipata, restituisce assegni previdenziali piuttosto contenuti.

La discussione politica si concentra proprio su questo nodo: da una parte la necessità di mantenere sostenibili i conti pubblici, dall’altra l’urgenza di intervenire per riequilibrare un sistema che svantaggia le donne, riconoscendo l’importanza del lavoro di cura e domestico non retribuito. Misure mirate potrebbero mitigare questo squilibrio, ma attualmente le soluzioni appaiono insufficienti.

Per molte madri, caregiver e lavoratrici in difficoltà, la proroga avrebbe rappresentato un’opportunità preziosa per una transizione più serena e gestibile verso la pensione. La partita quindi resta aperta e avrà probabilmente ripercussioni significative nelle prossime trattative sul sistema previdenziale.

           

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